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sabato, 14 gennaio 2012 ore 14:52


ESCLUSIVO - La testimonianza dei fasanesi scampati al naufragio


La comitiva di Torre Canne sta bene e sta gią facendo rientro a casa.

La nave da crociera della Costa naufragata all'isola del Giglio
La nave da crociera della Costa naufragata all'isola del Giglio
di Alfonso Spagnulo


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FASANO – Un’avventura terribile. Quella che doveva essere una vacanza dopo un anno di lavoro si č trasformata in un incubo per dieci fasanesi (sette adulti e tre bambini) che avevano scelto la Costa Concordia per trascorrere un breve periodo di vacanza. I coinvolti in questa terribile vicenda sono i proprietari del noto ristorante “Al Buco” di Torre Canne gestito dalla famiglia Campanella. Questo il racconto di uno di loro raggiunto in esclusiva da Gofasano.it, Giuseppe Miccoli, la cui esperienza marinara e militare (svolto nel Battaglione S. Marco) ha permesso al gruppo di mettersi in salvo nei momenti difficilissimi del naufragio.

«C’eravamo imbarcati nel pomeriggio di ieri (venerdģ 14 gennaio) – spiega Miccoli – e alle 19 la nave č partita dal porto di Civitavecchia. Avevamo fatto in tempo a cambiarci ed eravamo a cena quando, alle 21-21.10 circa, abbiamo sentito un botto. Ho capito subito, avendo esperienza, che si trattava di una secca e ho detto ai componenti del nostro gruppo di non muoversi. Intorno č stato tutto un rompersi di piatti e tavoli rovesciati. Sono andato subito sul ponte a vedere la posizione delle scialuppe e ho portato il nostro gruppo fuori portandolo vicino ad una di queste. E’ stato subito chiaro che non c’era pił niente da fare. Il comandante pare abbia detto di aver fatto ruotare la nave verso l’isola del Giglio e che l’imbarcazione si sia raddrizzata grazie al peso delle persone ma ormai entrava acqua da tutte le parti. Probabilmente aveva preso uno scoglio che ha provocato uno squarcio di 70-80 metri. Troppo grande per evitare il disastro. Abbiamo buttato gił le scialuppe e noi fasanesi siamo stati tra i primi a scendere grazie alla nostra esperienza».

Come detto il gruppo fasanese, residente tutto nella frazione di Torre Canne, era composto, oltre che da Giuseppe Miccoli anche da Madia Sabatelli, Rosa Ferrara, Vita Greco, Rosa Zaccaria, Mario Miccoli (fratello di Giuseppe), Rosa Campanella e da tre minori. Tre nuclei familiari che avevano deciso, con tanto di baby sitter per i pił piccoli, di staccare qualche giorno dalle fatiche quotidiane. Micoli racconta anche i momenti immediatamente successivi al naufragio. «Sulla nave si č scatenato il panico – dice -. Ripeto, per quanto riguarda il nostro gruppo sono riuscito a tenerli calmi con l’esperienza. Ho preso subito una scialuppa e siamo scesi. Ho visto qualcuno che si č tuffato in mare. Noi abbiamo perso tutto. Con noi avevamo solo delle carte di credito in tasca. Il resto della roba, compreso il denaro, č rimasto in cabina. Siamo rimasti al freddo avendo addosso solo gli abiti con cui eravamo andati a cena e tenendo presente che sulla nave faceva caldo non avevamo con noi giubbotti o giacconi. Abbiamo provveduto a coprire solo il pił piccolino del nostro gruppo come era naturale».

Neanche Miccoli, nonostante sia un testimone oculare della tragedia, sa con certezza la causa delle persone gią morte accertate. «Le voci che si sono rincorse nei minuti successivi sono state tante – ribadisce -. Probabilmente č morto qualcuno che si č buttato in mare oppure qualcuno che č rimasto bloccato sotto. Molti scivolavano anche perché erano partite alcune pompe che sparavano acqua sul ponte rendendolo viscido. Ho visto gente con il volto insanguinato, gambe rotte e ferite varie». Da Fasano, direzione Civitavecchia, sono subito partiti alcuni parenti per portare nella cittadina laziale vestiario e i doppioni delle  chiavi (rimaste in cabina con tutto il resto) delle automobili, parcheggiate sul porto. «Personalmente ho avuto solo all’inizio un po’ di paura anche perché c’č stato il black out a rendere tutto pił difficile – continua Giuseppe Miccoli -. Poi ho inquadrato la situazione e ho pensato a rassicurare la mia famiglia. Abbiamo indossato i giubbotti salvagente mentre attorno a noi regnava il panico. Nessuno, ad esempio, sapeva che le lampadine di emergenza si accendono solo se vengono bagnate. Io ne ero a conoscenza e mi sono prodigato a spiegarlo agli altri. I soccorsi sono giunti immediatamente anche se io e mio fratello abbiamo condotto da soli la nostra scialuppa a terra, sul braccio del porto dell’isola del Giglio. C’era tanta inesperienza anche tra gli uomini dell’equipaggio senza contare il problema delle lingue. C’erano tanti stranieri e la comunicazione č stata difficile. La frase pił usata č stata “non preoccupatevi” ma era difficile non farlo in quei frangenti. E’ stata un’esperienza terribile ma abbiamo la fortuna di poterla raccontare. Siamo vivi e questo č l’importante». La comitiva fasanese sta gią rientrando a casa dove il calore di familiari e amici si spera possa servire a lenire la paura dei terribili momenti vissuti.


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