martedì, 13 dicembre 2011 ore 07:13
Mentre getto queste righe su un foglio elettronico, il quotidiano interrogativo mi angoscia. Posso davvero dedicare una parte del mio tempo a parlare dell’omologazione dell’indie odierno, piuttosto che iniziare ad agire e manifestare il mio sdegno nei confronti di certe situazioni, ormai topos, che ridicolizzano l’ambito scolastico in cui vivo, applicando alla realtà quelli che sono degradanti canoni imposti dalla televisione? Posso davvero continuare a tacere sulle accuse rivolte a un gruppo di ragazzi che ha deciso di non fare del silenzio e della rassegnazione la propria bandiera?
Lascio aperto il quesito, dato che chi ha seguito la politica liceale in questo periodo avrà certamente notato qualcosa e di certo non necessiterà di risposte.
E così mi ritrovo a rimarcare quello che è il peccato originale della musica alternative: la sua formularità musicale ai limiti dell’esasperazione e il suo diffuso livellamento culturale. Il mondo indie possiamo affermare sia imploso, dunque definitivamente e irrevocabilmente irreale, frutto e figlio del suo stesso onirico riflesso.
Ormai orfano di quella freschezza che costituì la sua fortuna nei ’90 con band quali Dismemberment Plan e Lemonheads, ormai naufrago del principio eracliteo dell’identità degli opposti e caduto in un indistinto turbine di anonimato, che ferisce e annoia con egual diritto.
“The Year of Hibernation” è innanzitutto un disco, un disco apparente nella sua sfumata uniformazione agli ipnagogici canoni indie vigenti. Un gruppo, gli Youth Lagoon, che non punta di certo all’autocelebrazione di St. Vincent, ampiamente trattata nella scorsa uscita, ma che al contrario, nascondendosi furbamente nella massa, indossa a pennello le comode vesti dell’omologazione, per poi gradatamente lacerarle ascolto dopo ascolto, ritornello dopo ritornello, abbagliando l’ascoltatore con una sacralità profana e artificiosa, che per ambiguità e nebulosità ricorda certa roba prodotta negli anni ’90 dalle parti dello shoegaze (in particolar modo il post-pop dei francesi Stereolab, fase “Mars Audiac Quintet”, o i Ride di “…”).
Tra immortali ritornelli post-adolescenziali e serpeggianti infantilismi, affogati in un plasma di venata disperazione, si compie il rinascimentale prodigio degli Youth Lagoon, la teofania dell’ “Alt-Indie”: stupire senza dar vita a nessun gesto eclatante, stupire senza offrire null’altro che l’effimera emozione in sé.
Un disco che urla a gran voce: essere non è apparire!
Quando a colpire è l’illuminista semplicità e non l’oscurantismo, quando a immortalare una fase è un brano e non un evento storico, solo allora la musica ritorna a impossessarsi dello scettro di Arte Regina.
“Un urlo. Un bosco innevato trema. Uno stormo di gabbiani s’innalza in volo. L’epifania è compiuta.”
“Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita.” ITALO CALVINO
VOTO: 8,0