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mar, 22 maggio 2012
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gioved́, 24 settembre 2009 ore 12:21


ALLA SCOPERTA DEI CENTRI CITTADINI DELLA VALLE D'ITRIA


“Chi cambia paese, cambia fortuna”, recita un noto detto meridionale.

Alberobello Cisternino Locorotondo Monopoli Ostuni Pianelle Polignano a mare
Alberobello

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di Mariagrazia Semeraro


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Quando il borgo in cui si è nati e vissuti comincia a stringere, per non soccombere alla routine, qualche volta ci si sposta verso altre mete. Tuttavia accade che, per penuria di informazioni sul posto scelto, il tedio ce lo si porta a spasso di paese in paese.

Fino a 10 Km: Locorotondo - Monopoli

Una buona notizia arriva dalla 73esima edizione della Fiera del Levante: durante un convegno, i sindaci di Locorotondo, Martina Franca e Cisternino, di concerto con la Regione Puglia hanno firmato un protocollo d’intesa che servirà a chiedere all’Unesco l’estensione a tutta la Valle d’Itria e ai centri storici dei comuni che la compongono il riconoscimento di patrimonio dell’umanità.
Locorotondo, annoverato da anni nell’autorevole club “I Borghi più belli d’Italia”, consta di 138 contrade e meno di 15mila abitanti. Uno dei periodi per apprezzarlo maggiormente è durante la festività di san Giorgio. Il culto del santo, morto il 23 aprile del 303 d.C., il giorno nel quale viene festeggiato anche oggi, affonda le radici in arcaici riti pagani, egizi e persiani. Probabilmente il suo culto fu introdotto nella Murgia tra il VI e il VII secolo dai Longobardi, con altri santi guerrieri come san Martino e san Michele. Non v’è dubbio sull’attecchimento del culto di questo santo nella zona, come dimostra il vecchio nome di Locorotondo (Casale San Giorgio) e le varie chiese e località che portavano o portano lo stesso nome; così come le manifestazioni legate alla festa: fin dall’inizio del ‘600 la fiera dedicata al santo era importantissima e durava otto giorni.
Ancora meglio passeggiare d’estate, quando il Locus Festival anima, tra concerti, spettacoli musicali e culturali, quello che d’inverno è un cheto e silente borgo. La festività del santo Protettore, per molteplici motivi, non ultimo il periodo nel quale si festeggia (15-16-17 agosto) è la più attesa e più amata dai locorotondesi e, dal momento che “tutto il mondo è paese”, la festa è preannunciata dall’arrivo dei forestieri e dei paesani residenti all’estero che si prodigano a riabbracciarsi proprio per quell’occasione.
Già dal 14 agosto il paese è acconciato “per le feste” con variopinte luminarie, numerose bancarelle e anziani imbellettati con l’abito domenicale. La popolazione si prepara al giorno del Santo già nella notte tra il 15 e il 16, giorno dedicato a san Rocco, con la tipica “Diana”, quando alcuni componenti della locale banda musicale, un tamburo e qualche clarinetto intonano, percorrendo le vie del centro, una dolcissima nenia dai ritmi cantilenanti. Durante il percorso, il piccolo corteo s’accresce rapidamente con un codazzo vociante di curiosi mattinieri. In origine la Diana era un motivetto musicale adibito alla sveglia dei soldati ma nel secolo scorso, un musicante ignoto di Locorotondo compose questo motivo perché i suoi concittadini iniziassero con il buonumore il giorno dedicato al Santo. Così, la festa comincia sempre meglio: per i più giovani è una scusa per dormire fuori casa, per gli anziani un motivo per non dimenticare la loro fanciullezza.
I solenni riti religiosi, le lunghe processioni ed i fuochi d’artificio sono le altre tradizioni della festa dei locorotondesi, che per il pranzo prevede sempre la caratteristica scorpacciata di “gnumerèdde” ed agnellone al fornello.
Nella notte fra il 16 ed il 17 agosto si svolge la gara pirotecnica assai attesa dalle migliaia di entusiasti spettatori che ogni anno accorrono da ogni parte. La gara si ingaggia in genere fra tre o quattro rinomati fuochisti che si sfidano “con pezzi da novanta” per raggiungere la gloria negli applausi fragorosi della folla. Infatti, già dalle 23 del 16 agosto, tutta la gente, ovunque si trovi, come attratta da un irresistibile richiamo, con passo svelto si porta in via Nardelli (Lungomare) e mentre nel paese si smorzano le luminarie, nell’aria della notte rintronano i primi botti di richiamo. La Valle d’Itria è il suggestivo sfondo per questo spettacolo da non perdere e, quando si trova un posto in prima fila per lo spettacolo, si guarda con scherno la coda chilometrica su via Martina Franca, ma con invidia la gente seduta sui balconi o sui terrazzi dei palazzi del Lungomare.
Assolutamente da visitare il centro storico con il Vecchio Palazzo Comunale, ora Biblioteca Civica. L’edificio sorse probabilmente poco prima del ‘700 e la tozza torretta, che si vede in alto a filo col prospetto, venne eretta nel 1819 per collocarvi l’orologio proveniente dal campanile dell’antica Chiesa Madre. Contemporaneamente, alcune delle stanze all’ultimo piano continuarono a funzionare come celle carcerarie, tanto che ancor oggi, sul pavimento si vedono i segni e le iscrizioni di coloro che vi furono rinchiusi. A fianco spicca il magnifico Palazzo Morelli, l’unica dimora signorile che ha conservato integra l’impostazione architettonica barocca, di primo settecento, della facciata. Sull’asimmetrico prospetto risaltano lo splendido portale e i ridondanti e graziosi balconcini con ringhiere in ferro battuto a petto d’oca. Da via Morelli per un breve tratto di via dottor Guarnieri, immettendoci in via dottor Oliva, si ravvisa sulla destra, la pregevole chiesetta di san Nicola che, secondo la Soprintendenza, nasconde cimeli preziosi. Essa risale al 1660 e presenta la tipica copertura in chiancarelle, le stesse che rivestono i trulli. Assolutamente da non perdere la Chiesa Madre dedicata a San Giorgio, eretta tra il 1790 e il 1825 con bassorilievi di fine ‘500 riportanti storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Più rilevante è la Chiesa della Madonna della Greca, sulla cui origine non si hanno certezze, in quanto il primo documento risale al 1520. Dopo essersi persi nelle viuzze del centro storico, la migliore fotografia è quella da scattare da via Martina Franca, per racchiudere in un’immagine la sua forma migliore. Poi, finchè non si conosceranno a menadito gli odori, i trulli e le strade delle sue campagne, ci si potrà sempre considerare un turista.

Monopoli
“In città non si vive di solo smog” proferiva saggiamente Artemio, il personaggio interpretato da Renato Pozzetto nel film del 1984 Il ragazzo di campagna. Lo dimostrano le sagre e le cerimonie di Monopoli, centro di quasi 50.000 abitanti. Si comincia il 25 marzo con la “Fiera dell’Annunziata”, istituita da Roberto D’Angiò o più probabilmente da sua nipote Giovanna I, intorno al 1358 e, come altri appuntamenti similari dell’epoca, era “libera da pesi doganali”, ovvero non escludeva la possibilità di scambiare merci senza nulla dovere all’autorità regia.
Oggi la fiera si svolge nell’area compresa tra la villa comunale, il porto, largo Plebiscito e via Garibaldi ed è un’ottima occasione per fare svariati tipi di acquisti: vestiti, fiori, libri, giocattoli, bigiotteria, ma anche attrezzi da lavoro, strumenti per la campagna e altro.
Il 23 giugno, durante la “Festa in onore di San Giovanni Battista”, si attende la mezzanotte cenando in casa riuniti intorno ai piatti di spaghetti conditi con un sugo particolare a base di olive, capperi e acciughe salate: la cosiddetta “Pasta alla San Giovanni”, un buon motivo per far festa tra amici e familiari in città, in campagna e lungo la costa.
Dal 31 luglio, a mezzanotte, con l’accensione dell’illuminazione dell’icona della Madonna della Madia (patrona della città) situata sul campanile e l’esibizione di un gruppo bandistico, si segna l’inizio del mese mariano. Il 18, 19 e 20 settembre si festeggia dal 1997 San Gennaro, per celebrare il ritorno della statua raffigurante il Santo nell’originaria allocazione ai piedi dell’antica Torre Civica in Piazza Garibaldi. La festa è un importante momento di aggregazione e segna la riscoperta di antichi sapori e delle tradizionali musiche locali di stampo partenopeo.
Il 16 dicembre terminano le commemorazioni della Madonna della Madia, ma alle ore 5.30 è molto sentita e partecipata la sagra a mare, con l’arrivo al porto di Monopoli della zattera miracolosa della Madonna della Madia (icona bizantina raffigurante una Madonna Odegitria che, secondo la tradizione, approdò in città la notte del 16 dicembre del 1117 e le cui travi della zattera servirono per completare la cattedrale all’epoca in fieri).
Monopoli sorge tra le spiagge, i villaggi turistici, le masserie, le ville, le lame, gli insediamenti rupestri, le torri costiere, i castelli, gli scavi archeologici. In piazza Vittorio Emanuele, più comunemente conosciuta come “il borgo” è possibile trovare una certa tranquillità anche in pieno centro. Da anni rappresenta per i giovani un punto di aggregazione sociale, in particolare dopo le ventuno, quando la piazza si affolla per incontri, scambi culturali, concerti o, come nelle intenzioni originarie, per passeggio e riposo. Nel 1877 l’architetto Sebastiano Losavio divise la piazza in due rettangoli alberati e arricchì il centro di uno dei due rettangoli con il monumento ai caduti in guerra, di Edoardo Simone, risalente al 1828. Oggi, tutt’intorno alla piazza è possibile fare shopping tra i molteplici negozi che circondano la piazza e, nella bella stagione, ristorarsi all’aperto, ai tavolini dei bar, godendo talvolta di una piacevole musica.
Tra le bellezze di Monopoli, è senz’altro annoverato il castello, costruito come un balcone che divide la città vecchia dal mare. Il castello ha la forma pentagonale, tipica dei fortilizi cinquecenteschi, ma sembra abbia incorporato una torre cilindrica preesistente, di forma romana, che conferisce un rilievo singolare all’ingresso e alla facciata stessa. Incorporati risultano anche i sotterranei e l’antica chiesa basiliana di San Nicola della Pinna, divenuta la chiesa della fortezza.
Prima di diventare un carcere, a partire dal secolo scorso e fino agli anni Cinquanta di questo, il castello fu il palazzo della più alta autorità militare in città.      
Dalla piazzuola del Castello si prosegue per il lungomare San Salvatore: un’onirica passerella sull’Adriatico. Si passa dai resti del bastione di Santa Maria al doppio loggiato di un edificio, noto come il palazzo dell’Andora, forse l’antico Palazzo del Comune. Costeggiando ancora la spalletta sul mare si giunge all’imbocco della via San Vito che scende a sud ovest lungo il tratto delle mura rimaste ancora in piedi all'interno della città vec¬chia. A destra la chiesetta di San Vito, che dà il nome alla strada, quindi l’imbocco a vie traverse che immettono nel borgo antico. La terza di queste comincia con l’edificio che fu dei Cavalieri di Malta e conduce a una piazzetta centralizzata sul tempietto degli stessi Cavalieri, dedicato a San Giovanni.
Finisce qui la prima delle passeggiate monopolitane. Chi è stanco e sente di doversi ristorare, non ha che da inoltrar¬si nel borgo antico per assaporare nella quiete piatti tipici. Se la stagione è buona, mille sono i posti per sostare in pace e farsi anche un bagno. Si può scegliere tra una spiaggia e una scogliera, tra una grotta e una rada.
Proseguendo sul litorale sud, l’abbazia castello è ormai inserita nella vita pubblica, specie nei mesi estivi quando la spiaggia brulica di bagnanti. Allora vive anch’essa la sua stagione d’oro, altrimenti resterebbe, come tanti monumenti, nell’indifferenza della gente. Con i Benedettini, dal sec. XII al XIV, l’abbazia raggiunse l’apice della cultura umanistica e artistica. I Cavalieri di Gerusalemme, che vi s’insediarono nel Quattrocento, la trasformarono in un castello cinto dalle mura e dal fossato, mentre i privati che l’acquistarono al tempo di Murat e delle sue leggi antifeudali, ne fecero una masseria. Per il ritorno in città si prende la strada comunale, l’antica via del Procaccio, che si apre a destra per chi esce dal ca¬stello. È una strada sul mare a ridosso delle numerose cale libere che si susseguono una dopo l’altra per il diletto dei bagnanti. Si giunge al Copacabana, un complesso di sale per ricevimenti, dotato dei più moderni e qualificati servizi che sorge nell’a¬rea più fitta di cale, dove si è installato di recente un notevo¬le impianto sportivo.
La strada prosegue, sempre costeggiando il mare, fino a raggiungere i porti che si aprono fin sotto le mura cittadine: Porto Rosso, Porto Bianco, Portavecchia. Qui termina il tour della città, ma non quello dei sapori, degli odori e delle emozioni che Monopoli riesce in ogni stagione ad evocare.


Da 10 a 20 Km: Polignano – Cisternino – Alberobello – Martina Franca – Ostuni

Polignano
Spostandosi verso nord, obbligatorio fare tappa nella “terra di mezzo”, il crocevia di viandanti dalle diverse culture che nel corso dei secoli si sono succeduti: Arabi e Bizantini, Spagnoli e Normanni che hanno lasciato tracce incancellabili delle proprie presenze. Sintesi perfetta di tradizione e sviluppo, Polignano propone sempre innovative manifestazioni per esaltare la difesa dell’ambiente e della salute, come “Polignano in bicicletta”, tra aprile e maggio, che consiste in una passeggiata in bicicletta per le strade del centro urbano fino a raggiungere la località San Vito.
La Festa di San Vito si svolge il 15 giugno, giorno in cui sarebbe avvenuto il martirio del santo patrono. Il giorno della vigilia, l’immagine del santo viene condotta per mare a bordo di uno zatterone, dal porticciolo di San Vito fino a Cala Paura. Una volta toccata terra, all’icona vengono consegnate simbolicamente le chiavi della città e poi viene sistemata su un altare allestito in piazza Vittorio Emanuele. Il 16, invece, si svolge la processione conclusiva, ma il programma degli eventi comprende le luminarie, i fuochi pirotecnici, i concerti bandistici e di noti artisti e, infine, il Luna Park sul lungomare Grotta Ardito.
A giugno, la Coppa del mondo dei tuffi dalle grandi altezze ospita gli atleti provenienti da diversi Paesi del mondo che si sfidano a lanciarsi da un trampolino collocato a 25m di altezza, nella caletta al centro del borgo.
La sua posizione geografica permette di celebrare diversi prodotti della natura: in estate, la sagra della patata e la sagra del pesce azzurro onorano due prodotti provenienti dalla terra e dal mare.
Dodici chilometri di litorale, fondali che custodiscono specie di flora e di fauna uniche sono le offerte ai turisti, attratti soprattutto dalle piacevoli insenature: Cala Ponte, Cala Paura, Cala Porto, Cala Sala, Cala Incina tra le più famose e frequentate. Ed è ancora una volta il mare a regalare indimenticabili panorami dalle terrazze del centro storico, con furbe illuminazioni per permettere ai visitatori di stupirsi del colore cristallino delle acque e del fascino delle grotte. Molte di queste sono visitabili solo in barca e alcune arrivano fin sotto il centro abitato. La grotta più famosa è la Palazzese, così definita per via della sua maestosità.

Cisternino
“L’abbagliante kasba della Valle d’Itria” si legge nella guida “I borghi più belli d’Italia”. Vicoli stretti che non seguono alcun impianto architettonico, imbiancati di calce, profumati dei sughi tipici con formaggio “cacioricotta”, la location che il cantante molfettese Caparezza scelse per girare il videoclip della canzone “Dalla parte del toro”.
Tra le manifestazioni folkloristiche più attese a Cisternino c’è sicuramente il Lunedì di Pasqua. Chiamata nel dialetto dei suoi abitanti “Pasquarèdde”, questa festività si svolge presso il Santuario della Madonna d’Ibernia, dove ci si reca con dei dolci tipici, come “u churrüchele” che porterebbe prosperità e fecondità. Non a caso, quella d’Ibernia è la Madonna della vita, della fertilità e dell’abbondanza.
Di particolare importanza sono le consuete edizioni del “Festival Pietre che Cantano”, del “Festival delle Bande Giovanili”, del “Festival Suoni Sacri e dal Pianeta” e la ormai consolidata “Fiera della Valle d’Itria”. Le sagre più rinomate, invece, che si svolgono tra Cisternino e le sue frazioni, sono: la sagra delle orecchiette e quella del coniglio, che si svolgono nel mese di agosto, e la sagra dell’uva, che si tiene a settembre in Contrada Casalini, indispensabili per tenere ancora vitale il patrimonio folkloristico e l’identità della città.
La Torre di Porta Grande o Normanno-Sveva è senza dubbio uno dei beni architettonici più importanti e più interessanti da vedere: di epoca medievale, alta 17 metri, questa torre costituiva l’ingresso principale della città. In alto, sulla sommità, vi è una piccola statua di San Nicola.
La Chiesa Madre di San Nicola è stata costruita nel XIV secolo su di un’ antica chiesa paleocristiana dei monaci Brasiliani e presenta al suo interno due opere in pietra viva del ‘500, di notevole valore, firmate dallo scultore “Stephanus Abulie Poteniani” (Stefano da Putignano): una Madonna con Bambino, nota come La Madonna del Cardellino e un piccolo tabernacolo. Il Santuario della Madonna d’Ibernia (Madonna de Bernis) è ubicata a 3 km dal centro abitato e la scelta del sito è legata ad una leggenda: sarebbe stata proprio la Vergine, con una apparizione, ad indicare il luogo esatto dove sarebbe sorto il santuario a lei dedicato. Il terreno attorno è ricco di ceramiche e reperti risalenti ad epoca romana e medievale. Fu ritrovato anche un capitello bizantino ed alcune tombe e questo fa supporre che il santuario sorga sulle rovine di un centro abitato, ruotante attorno ad una chiesa paleocristiana.
Dopo la visita della città, è obbligatorio fermarsi in una delle numerose bracerie dislocate nel centro storico a delibare gustose portate abbondanti di carne arrosto: qui, ogni macelleria possiede una sala interna e, d’estate, anche tavolini sistemati nei vicoli, per scegliere di persona quello che si vuole far arrostire e poi trangugiare sul posto. In particolare, rinomate e apprezzate sono le “bombette” e le tagliate di vitello e maiale.

Alberobello
Il paese di trulli, unico al mondo e irripetibile, dal 1996 è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’organizzazione legata all’ONU che sceglie i monumenti e le opere di valenza culturale mondiale elencandole nella “world heritage list”.
I trulli, nel centro urbano, sono disposti in un agglomerato suddiviso in due rioni: Monti e Aia Piccola. Il Trullo Sovrano è sicuramente un buon punto di partenza per visitare Alberobello da nord a sud, per proseguire verso la Basilica dei Santi Medici Cosma e Damiano, protettori di Alberobello, nei suoi pressi. Il Municipio o Casa d’Amore è la prima costruzione non a trullo, simbolo della libertà dal feudalesimo e risale al 1797. Meritevole di attenzione, una passeggiata nel rione Monti, tra negozietti e bazar per raggiungere, alla sommità, la famosa Chiesa S. Antonio, costruita con le pietre e le tecniche dei trulli.
Per apprezzare il folklore della cittadina il periodo consigliato è dal 26 al 28 settembre, quando solenni sono i festeggiamenti per i santi Cosma e Damiano, i due fratelli taumaturghi di origine araba che praticavano, sempre con risultati sorprendenti, operazioni chirurgiche assai ardite. Ormai da secoli questo appuntamento rende il paese cinque volte più abitato (i 10.000 abitanti si moltiplicano) grazie alla venerazione che la popolazione del territorio circostante ha per i Santi Medici. Vetusto ma ancora praticato è il pellegrinaggio a piedi: se capitate ad Alberobello durante le notti della festa non meravigliatevi se vedete gente che ha compiuto anche 30 Km a piedi per venerare i Santi Medici e che dopo la Prima Messa delle 4 del mattino si ferma presso le macellerie per mangiare la carne arrosto.
Durante i giorni della festa, si passa dalla tradizionale fiera del bestiame alle bancarelle del mercato che per diversi giorni occupano le strade della città. Le bande, la cassa armonica, l’illuminazione, i fuochi d’artificio e poi le tradizionali “olive alla calce”, la “carne al fornello”, la “focaccia con la mortadella e il provolone piccante” costituiscono gli elementi più noti e tradizionali.
Dal 2 al 6 settembre inoltre, un appuntamento radicato è anche la “Festa della birra tra i trulli”, nell’area verde in cima al Rione Monti.

Martina Franca
Se “chi cambia terra, deve cambiare usanza” allora deve anche aspettarsi un dialetto molto differente da quello fasanese, dove per dire “addirittura” si usa abrusint e per dire “cafone” è usato massèr.
Martina Franca domina l’incantevole Valle d’Itria dai suoi 431 metri dal livello del mare.
La maggiore attrattiva della città è senza dubbio costituita dal caratteristico centro storico, splendido esempio di arte barocca con le sue stradine, i suoi bianchi vicoli, i palazzi signorili e le maestose e monumentali chiese. Passeggiando nella città vecchia, anche senza una precisa meta o un itinerario, è facile scorgere, ad ogni svolta, in ogni vicolo, nelle volute di ogni singolo prezioso dettaglio della settecentesca architettura urbana, scorci suggestivi, elementi barocchi dalla inaspettata eleganza o dalla genuina semplicità, profumi di antico e di nuovo.
La Riserva Naturale Regionale Orientata “Bosco delle Pianelle” si estende nel triangolo Massafra, Crispiano e Martina Franca, sviluppandosi su circa 600 ettari. Caratteristico della macchia alternata a zone di bosco è attualmente il popolamento faunistico, con la costante presenza di diversi rapaci notturni, quali il gufo comune, l’assiolo, la civetta, l’allocco, l’upupa ed il barbagianni. Tra i rapaci diurni risiede la poiana, dal caratteristico volo lento e planato. Dal punto di vista geomorfologico il vasto territorio delle Pianelle offre diversi solchi erosivi riferibili al fenomeno lama e gravina, presentandosi quindi molto vario.
Degne di nota sono anche le masserie: Masseria Madonna Dell'Arco, dimora storica di famiglia risalente al XVII secolo; Masseria Agriturismo Puglia, Masseria Vignaletto, circondata da 200 ettari di bosco e Masseria Pozzo Tre Pile, risalente al XVIII secolo. Quest’ultima è composta da un gruppo di 16 trulli in cui soggiornano gli ospiti, la Casa Padronale, numerosi ettari di terreno destinati a pascolo e un ampio bosco di fragni.
La festa patronale è in onore di San Martino e si celebra dal 4 all’11 luglio, ma il periodo più proficuo per visitare Martina Franca è il Festival della Valle d’Itria, nato nel 1975, da sempre fiore all’occhiello dell’attività culturale cittadina, che propone titoli inediti e programmi di raro ascolto e che, dal 1988, fa parte dell’European Festivals Association di Ginevra
Per cinque volte il festival è stato fregiato dell’ambito Premio Abbiati dell’Associazione nazionale dei critici musicali italiani. Non si contano, invece, nella storia del Festival, le opere riscoperte e rivelate, veri e propri capolavori dimenticati del ricco patrimonio operistico italiano ed europeo, le interpretazioni musicali rimaste celebri, le affermazioni di giovani e straordinari interpreti..

Ostuni
Ostuni, la città bianca in terra di Brindisi, si erge maestosa su di un gradino carsico, come una terrazza sul Mare Adriatico. Negli ultimi anni grazie ad interessanti scoperte ipogee, l’attenzione del turismo e della scienza si è spostata su questa cittadina che conta circa trenta grotte, tra cui sono presenti la seconda e la terza cavità per sviluppo in Puglia (Zaccaria e Complesso delle Grotte Sant’Angelo) e la caverna più ampia della nostra regione (Grave San Biagio).
La sua città vecchia, detta La Terra, è inconfondibile per l’accecante e unico colore delle abitazioni, rigorosamente bianche. Le case tinteggiate di calce e la peculiare topografia hanno fatto meritare epiteti fiabeschi, come Città Bianca, Regina degli Ulivi, Città Presepe.
Ostuni è un affascinante groviglio di stradine anguste e tortuose, un susseguirsi di piazzette e vicoli ciechi, tagliati in due da via Cattedrale. Sulla sommità del borgo si stagliano la monumentale Cattedrale, mirabile sintesi di elementi romanici, gotici e veneziani e il Palazzo Vescovile.
Una delle feste più curiose è la Sagra dei Vecchi Tempi, il 15 agosto, quando lungo le pittoresche stradine del centro storico antichi costumi, mestieri e sapori del passato rivivono grazie agli stessi abitanti del vecchio quartiere. Si possono gustare i piatti tipici della gastronomia locale, osservare gli artigiani mentre intrecciano la paglia, il vimini e il giunco per realizzare panieri e stuoie. E, ancora, ammirare mestieri ormai scomparsi, come l’umbrellare e l’acconzopiatte (l’aggiustatutto), che in particolare aggiustavano ombrelli e oggetti di creta o ceramica, o lu curdelare (funaio), che utilizzando fibre vegetali intrecciate creava le funi che servivano alla costruzione dei fiscoli, i piatti circolari di corda utilizzati per la spremitura dell’olio dalla pasta di olive.
Con chiari riferimenti storici, è la Cavalcata di Sant’Oronzo, il 25, 26 e 27 agosto, in onore del protettore della città. Una tradizione che si ripropone ininterrottamente dal 1793. Ogni anno, la statua in argento del Santo, prelevata dalla Cattedrale, è scortata proprio dai cavalieri a cavallo. La loro divisa richiama il periodo napoleonico - casacca rossa, pantaloni bianchi, cappello cilindrico con pennacchio bianco-rosso - mentre il cavallo, oltre ai vari finimenti lavorati, è coperto da una gualdrappa rossa trinata di bianco e ricamata. Un trio di flauto, tamburo e cassa suona per le strade della città il tradizionale motivo della “Cavalcata”. I partecipanti allo storico appuntamento si trasmettono di padre in figlio l’onore di far parte del drappello di scorta al Santo. Molti fedeli rientrano in Ostuni da altre città d’Italia e dall’estero per tale appuntamento, dimostrando il loro amore e il legame con “la terra”. E forse anche con i suoi sapori, per la speciale cucina che attinge dal mare e dalla campagna, con l’olio d’oliva in vetta a tutte le tipicità locali.


Servizio di Mariagrazia Semeraro per Gofasano.it
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